28 dicembre 2025
Festa della Santa Famiglia
S. Messa di conclusione dell’Anno Giubilare
Sir 3, 3-7.14-17; Sal 127; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23
Omelia
«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre»
Carissimi, termina oggi, con la Festa della Santa Famiglia, nelle Chiese particolari di tutto il mondo – e dunque anche nelle nostre Chiese di Capua e di Caserta, unite nella mia persona – l’Anno Santo.
Aperto in questa Cattedrale, con la celebrazione dell’Eucaristia, il 29 dicembre dello scorso anno, vede oggi perciò la sua conclusione il Giubileo della Speranza, indetto da Papa Francesco con la Bolla Spes non confundit.
Un anno di grazia quello che stasera chiudiamo, voluto per infondere coraggio nelle comunità cristiane e rianimare la speranza, quella che non illude e non delude, perché fondata sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino,la speranza che nasce dall’amore e si fonda sull’amore; una speranza di cui tutti sempre abbiamo bisogno, specie in questo tempo, in cui – scriveva Papa Francesco – “incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità”.
L’auspicio del papa defunto – al quale vogliamo rinnovare la nostra gratitudine, che questa sera si fa preghiera anche per lui – era che l’Anno Santo potesse rappresentare un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, «porta» di salvezza (cfr. Gv 10,7.9); con Lui, che la Chiesa ha la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti quale «nostra speranza» (1Tm 1,1).
E per tanti è stato così! Quante occasioni di grazia abbiamo potuto vivere in quest’anno: penso alle celebrazioni vissute insieme, a quelle promosse dalle nostre parrocchie per fare esperienza del dono dell’indulgenza; penso alle catechesi giubilari, tenute in alcune città delle due diocesi, nelle quali abbiamo avuto la gioia di ascoltare parole dense di speranza e testimonianze di vita concreta e vera; penso, in particolare, al pellegrinaggio giubilare a Roma nel qual avemmo la gioia di attraversare tutt’insieme – eravamo proprio tanti! – la Porta Santa della Basilica di San Pietro e incontrare, in una delle sue ultime udienze, Papa Francesco. Era il 1° febbraio: in quell’incontro, nel quale volemmo anche ricordare i dieci anni dalla venuta del Papa a Caserta, Papa Francesco, presentandoci la figura di Maria Maddalena che al sepolcro vede Gesù Risorto, ci invitò a saperci voltare, a cambiare prospettiva, a convertirci, perché proprio dal voltarsi può venire la speranza. Quel giorno ci disse: “Chiediamoci oggi: io so voltarmi a guardare le cose diversamente, con uno sguardo diverso? Ho il desiderio di conversione?”.
Di lì a qualche giorno il Papa si ammalava gravemente; seguiva il lungo ricovero al policlinico Gemelli, vissuto in un clima di profonda comunione e preghiera da parte di tanti cristiani; poi la morte nel Lunedì dell’Angelo, il 21 aprile. L’8 maggio l’elezione del nuovo Vescovo di Roma, Papa Leone XIV.
Nel cuore del Giubileo, dunque, due momenti forti: uno doloroso, certamente, l’altro di gioia; entrambi però momenti di grazia in cui abbiamo potuto sperimentare la presenza del Risorto, fonte della vera speranza, e il dono della Sua Pace, disarmata e disarmante. Anche di questo vogliamo ringraziare il Signore.
«Rendete grazie» (Col 3, 15): ci ha detto l’Apostolo Paolo nella Seconda Lettura. È ciò che vogliamo fare noi qui questa stasera tutti insieme. Di tutti i doni ricevuti in questo Giubileo vogliamo rendere grazie al Signore: ecco il senso di questa Eucaristia!
Un’Eucaristia nella quale vogliamo pregare in modo particolare per la Chiesa universale, per Papa Leone, per le nostre Chiese di Capua e di Caserta – chiamate nel prossimo anno a rinnovare i Consigli Pastorali e gli altri Organismi di Partecipazione – e per tutte le famiglie, chiese domestiche. Si, guardando alla famiglia di Nazaret, vogliamo pregare per ogni famiglia e innanzitutto per quelle che sono nella sofferenza e nel bisogno, quelle che, come la famiglia di Nazareth, si trovano a vivere un momento di dolore e di croce.
Penso alle famiglie di Gaza, che dopo la tragedia di uno sterminio solo in parte cessato, fanno i conti ora con il gelo, la pioggia, la mancanza di cibo e di medicine; penso a quelle dell’Ucraina, e degli altri paesi in guerra, o a quelle che, costrette a sfidare su un barcone di fortuna i pericoli di una navigazione in mare aperto, a ogni onda che si leva vedono la morte con gli occhi. Penso alle famiglie che hanno un figlio malato, o affetto da una disabilità, o senza lavoro, o che ha fatto scelte sbagliate; a quelle che non riescono ad arrivare alla fine del mese, a quelle che sono divise, a quelle che vivono la fatica delle relazioni – antica certa, tanto che Paolo dovrà dire quelle parole che abbiamo ascoltato nella Lettera ai Colossesi, ma che oggi in maniera ancora più viva si sentono nella carne di tante famiglie; penso a quelle che sono in lutto o che si sentono sole; a quelle in cui è scesa la notte e l’angoscia ha preso il sopravvento.
Vogliamo portarle tutte in questa Eucaristia e impegnarci a stare loro accanto. Sì, stiamo accanto alle famiglie, – lo dico soprattutto a voi, carissimi presbiteri; lo dico a tutti gli operatori pastorali – visitiamole, sosteniamole, incoraggiamole, e aiutiamole a mettere il Signore Gesù al centro della loro vita!
«La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza»: così abbiamo ascoltato dalla Lettera ai Colossesi (3, 16). Il Giubileo finisce con questo invito, che meglio ancora riconosciamo come un appello, anzi un mandato, una consegna: che la Parola di Cristo abiti tra noi abbondantemente! Sì, rimettiamo al centro delle nostre comunità la Parola di Dio. Ridiamo il primato alla Parola!
Ma, in particolare, quale Parola ci è data questa sera, alla fine di quest’Anno di Grazia del Signore? La Parola è: Giuseppe. Chi è Giuseppe? È colui che si alza, prende il Bambino e sua Madre, e si mette in cammino.
«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo»: così abbiamo ascoltato nel Vangelo di Matteo.
Con queste parole del primo evangelista, finisce dunque l’Anno Santo.
Sono le parole di un angelo a Giuseppe nel sogno. I magi sono appena partiti per fare ritorno al loro paese per un’altra strada; la loro sorprendente visita è dunque finita; del canto degli angeli che – secondo san Luca – in coro annunciavano Gloria a Dio e pace in terra agli uomini che egli ama, non c’è più traccia; e anche i pastori, andati alla stalla a vedere il segno del Bambino, non ci sono più: sono tornati alla loro vita di sempre.
Ora in casa ci sono solo loro: Gesù, Maria e Giuseppe; la famiglia di Nazareth, una famiglia sicuramente speciale ma, per molti aspetti, come tante altre, una famiglia normale. Ora tutto sembra essere tornato alla quotidianità, alla vita ordinaria. Come per la Chiesa, dopo gli eventi speciali e le grandi adunanze del Giubileo! E insieme alla gioia per quel Bambino appena nato, Maria e Giuseppe si trovano a fare i conti con le cose di sempre: con le speranze, certo, ma anche con le ansie, le preoccupazioni, le paure, alle quali se ne aggiunge una grande: «Erode sta cercando il bambino per ucciderlo». Perciò, in una notte, forse insonne, quell’avviso, quasi un comando per Giuseppe: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto».
«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre». Mentre cala il sipario sul Giubileo della Speranza e si chiudono le Porte Sante, questa Parola viene donata a noi come una sorta di lascito, quasi un’eredità di ciò che abbiamo vissuto, perché la grazia seminata in noi possa giungere a maturazione e portare frutto.
«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre». Nel brano di questa sera l’espressione ricorre ben quattro volte.
È quanto il Signore dice anche a noi alla fine di questo Giubileo. A ognuno di noi presente qui questa sera: innanzitutto a me, vostro pastore, alle nostre Chiese di Capua e di Caserta, alle nostre comunità parrocchiali, ai nostri sacerdoti, ai diaconi, ai seminaristi, alle nostre famiglie, alle persone consacrate, ad ogni battezzato, il Signore ripete «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre». Giuseppe questa sera siamo ognuno di noi, le nostre comunità, la nostra Chiesa.
Innanzitutto: Alzati! Alzati è il verbo della resurrezione; significa: non farti prendere dallo scoraggiamento, fidati di Dio, confida in Lui: il Suo amore è fedele. Lui non ci lascia soli. “Proprio per condividere i limiti e le fragilità della nostra natura umana – ha scritto Papa Leone – Egli stesso si è fatto povero, è nato nella carne come noi e lo abbiamo conosciuto nella piccolezza di un bambino deposto in una mangiatoia” (Dilexi te, 16).
Sì, Lui non ci lascia, anche quando decidiamo di fare di testa nostra; figurarsi quando, come nel caso di Giuseppe, gli mettiamo la nostra vita nelle mani! Sì, il Suo amore è fedele! E perché noi ne potessimo fare esperienza, Dio si è fatto uomo per noi. È questo il Mistero che celebriamo in questi giorni.
E allora: alziamoci, non lasciamoci cadere le braccia, facciamo nostra la fiducia di Giuseppe che si fida di Dio e si mette nelle sue mani: sì, consapevoli di essere stati tutti scelti da Dio, santi e amati, rifuggiamo la pigrizia, mettiamo da parte ogni rassegnazione; vale la pena lottare, impegnarsi, darsi da fare; vale la pena sperare, anche se attorno a noi scende la notte, anche se ci viene la voglia di mollare; vale la pena di amare, nonostante tutto, nonostante sembri che non serva a nulla.
La seconda parola è: «prendi con te il bambino e sua madre». Il Vangelo annota che Giuseppe prese il bambino e sua madre, e fece ciò che Dio gli aveva ordinato. Per Giuseppe, il Bambino e sua Madre sono la cosa più importante, il dono più prezioso. Tutto va fatto per loro, perché il Bambino e sua Madre vivano. E Giuseppe lo fa: si prenderà cura di loro, tutto farà in funzione di loro, tutto per custodirli, per proteggerli; lui, il Redemptoris custos, il vero padre, patris corde.
Ci domandiamo: amiamo il Signore Gesù, ci interessa veramente Cristo, ci sta a cuore Colui che si è fatto uomo per noi?
«Qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù» (Col 3, 17): ci ha detto San Paolo.
“Chiudete le orecchie – diceva sant’Ignazio di Antiochia alla Chiesa di Tralle – quando qualcuno vi parla d’altro che di Gesù Cristo, della stirpe di David, figlio di Maria” (capp. 8, 1-9, 2).
Papa Leone, parlando il mese scorso ai vescovi italiani, ha detto: “Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto”. E ha aggiunto: “in questo tempo abbiamo più che mai bisogno «di porre Gesù Cristo al centro”.
Carissimi, prendiamo con noi il Signore Gesù, teniamolo stretto, non facciamocelo rubare, non permettiamo che ci sia tolto, custodiamolo come Giuseppe, mettiamolo al centro, prendiamocene cura: è Lui il vero tesoro, il tesoro nascosto, la perla preziosa, la fonte della nostra Speranza, il motivo del nostro esistere, la ragione della nostra vita; se noi avessimo tutto e non avessimo Lui, non avremmo niente, anzi nulla noi saremmo.
Giuseppe «prese il bambino e sua madre». Il Bambino, ma pure sua Madre: come il discepolo amato sotto la croce; il Bambino e sua Madre; che significa anche dire: Cristo e la Chiesa. Amare uno vuol dire amare anche l’altra, perché dove c’è l’Uno c’è anche l’Altra: è il Mistero grande di cui sono segno sacramentale gli sposi. La Chiesa è il prolungamento del Corpo di Cristo nella storia: per questo Giuseppe è anche Patrono della Chiesa universale.
Ci domandiamo perciò ancora: amiamo la Chiesa? Il brano del Siracide ci ha fatto ricordare il IV comandamento: onora il padre e la madre. E noi la Chiesa la onoriamo? Desideriamo veramente che essa sia come Maria, Vergine e, insieme, Madre feconda? Ci sta a cuore che la Chiesa compia la sua missione che è quella di aiutare le persone a vivere una relazione personale con Cristo, per scoprire la gioia del Vangelo?
Amare la Chiesa significa desiderare che essa faccia questo: che essa torni ad annunciare il kerygma; che tutto faccia per il Vangelo, e che, tenendo fisso lo sguardo su Cristo, sappia andare incontro al mondo, in ascolto delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini (cfr. Gaudium et spes, 1), come chiestoci dal Concilio Vaticano II sessant’anni fa e dieci anni dopo come indicatoci dall’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di San Paolo VI.
Perché ciò si realizzi, perché la Chiesa viva la sua missione, c’è bisogno però che essa riscopra la sua vocazione alla comunione e che tutti noi ne diventiamo artefici, sopportandoci a vicenda e perdonandoci gli uni gli altri, come il Signore ci ha perdonato, mettendo al di sopra di tutto la carità (cfr. Col 3,12-14). È l’invito che ci viene dall’Apostolo; un invito per tutti: per le famiglie, per i nostri consacrati, per noi pastori e per le comunità cristiane a noi affidate.
Carissimi, c’è però una terza cosa che fa Giuseppe nel Vangelo di oggi: si mette in cammino! In cammino dove Dio gli indicherà, come Abramo!
Ora in Egitto, poi nella terra di Israele, non più però in Giudea, ma a Nord, nella regione della Galilea, in una città chiamata Nazareth, perché del Bambino “si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: sarà chiamato Nazareno”.
Ecco chi è Giuseppe: l’uomo in cammino, che sa mettersi in movimento; l’uomo della resilienza, che accetta di non stare fermo, mai seduto, sempre pronto al cambiamento, sempre pronto a traslocare, disposto al trasferimento. Un uomo in continuo discernimento, libero nel rivedere le sue scelte, disponibile ogni volta a ripensare i suoi programmi, mai chiuso nei suoi schemi, pronto al rinnovamento, come dovrebbe essere la Chiesa!
Un uomo libero: avveduto come i serpenti ma semplice come le colombe. L’uomo dal coraggio creativo – così lo definì Papa Francesco nella Patris corde – che “sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza” (5).
Carissimi, impariamo da Giuseppe: l’uomo che si alzò, prese il bambino e sua madre e si mise in cammino. Chiediamo anche per noi il coraggio e la creatività, che sono regali dello Spirito. Con fiducia anche noi camminiamo, con fiducia e speranza; camminiamo insieme, guidati dallo Spirito, sostenuti da Giuseppe, il custode, e da Maria, la Madre, Madre di Dio e anche nostra, la Madre della Chiesa, la Regina della Famiglia. Amen.
